Bohemian Rhapsody (pensieri su carta di una fan)

Sono entrata nel cinema per vedere #BohemianRhapsody senza aspettarmi la perfezione. Proprio per questo ne sono uscita soddisfatta.

Un progetto nell’aria da anni, che ha visto rinunce di attori e registi per motivi reali o inventati e che alla fine ha trovato la sua realizzazione con un cast appassionato e appassionante.
Va chiarito subito che ci sono molte inesattezze, specialmente sulle tempistiche. Ci sono salti temporali notevoli, tagli ad effetto e scene create ad hoc per essere accattivanti.

Chi si avventura nella visione senza avere un minimo di conoscenza pregressa della storia e dei personaggi, sicuramente non troverà il film del tutto soddisfacente.
Questo è uno di quei film che generano domande, non uno di quelli che danno risposte.

Gli avvenimenti chiave della vita di Freddie sono trattati con lo scopo non di descrivere ma di lasciare un’impressione.

Da qui anche la scelta, vincente, di terminare la narrazione con il Live Aid. Perché soffermarsi su una parte di storia che lo stesso protagonista ha sempre voluto vivere in modo silenzioso e privato? Perché sfruttare anni di dolore e malattia per aumentare inutilmente il pathos del film? Sarebbe stato sbagliato. Sbagliato nei confronti di un uomo che ha messo la sua privacy avanti a tutto e che ha regalato al mondo l’enormità del suo talento senza accettare mai alcun compromesso o patetismo.
In questo, il film a rispettato la scelta di Freddie e mi sento di premiarlo.

Da fan di ‘nuova generazione’ di Freddie e dei Queen – una generazione che, per forza di tempistica, può vivere le loro “gesta” solo guardando al passato – ammetto di essere quello che si può definire lo spettatore ideale di un film del genere.

Sono la ragazzina rimasta subito affascinata da una figura esuberante e geniale; l’adolescente che ha potuto conoscere la persona solo attraverso la sua musica; la donna che oggi prova a vedere al di là del mito intangibile, trovando un uomo reale, vivo, fragile, confuso, consapevole e anche un po’ stronzo.

Mi sono buttata a capofitto su questa possibilità di immergermi in un viaggio che potesse rendere umano chi, ai miei occhi, era sempre stato qualcosa di più.

Un uomo di cui si sa pochissimo.
Timido, riservato in modo quasi ossessivo, che contava le amicizie sulla dita di una mano ma che, in fondo, non si sentiva al posto giusto neanche con loro. O comunque solo in parte.

Un artista di cui si sa tutto.
Perché la sua arte te la sbatteva in faccia con l’irriverenza di un bambino e la maestosità di un re. Le spalle dritte e ferme, l’espressione fugace e maliziosa di chi sa sempre qualcosa in più di te e l’energia infinita di chi ama visceralmente il proprio mestiere.

Il giovane immigrato imbarazzato dalle proprie origini che conosce la sua anima gemella e scopre il grandissimo dolore di non poterle mai dare quello che vorrebbe, pur continuando ad amarla fino alla fine dei propri giorni.
L’artista senza paure che incontra – per fato o per fortuna – tre compagni con i quali istaura un rapporto incasinato, pieno di idee, litigi e contraddizioni fondamentali per l’arte che sono riusciti a creare.

Quanti errori ha fatto Freddie solo lui lo sa. Quanti rospi ha ingoiato solo lui lo sa. Quante volte ha seguito l’istinto vincendo e quante perdendo, questo forse lo possiamo quasi immaginare anche noi.
Ma lo spettacolo che regalava al mondo con la sua musica e le sue performances, il senso di magnificenza e incredulità che genera ogni volta nel mio stomaco, quello lo conosco bene. Ed è spaventoso e esaltante ritrovarmi con le lacrime quando rivedo certi video. Scoprirmi a sorridere a trentadue denti perché sono fiera di lui come se fosse stato un mio amico. Fiera del suo essere artista come, lo riconosco, difficilmente lo sarò di qualcun altro.

E vedere che – anche grazie a questo film – un sacco di giovani lo stanno riscoprendo nel 2018, rimanendone affascinati come me, è una gioia difficile da spiegare. Ragazzi, ascoltate cosa può essere la musica. Osservate chi può essere un artista. Godete di questa scoperta e tenetevela stretta al cuore, mentre intorno a voi l’arte diventa ogni giorno più bigotta e materiale.

(Scusate la deviazione dal film ma quando parlo di Freddie impazzisco tre volte su tre).

Dicevo, la rappresentazione dei personaggi è squisita: ogni reazione è studiata nel dettaglio in modo che sia il più vicina possibile a quella avvenuta nella realtà. Le battute sono scritte per vestire perfettamente i caratteri ben delineati dei personaggi tanto che, pur inventate per forza di cose dagli sceneggiatori, non mi stupirei fossero state suggerite dagli stessi protagonisti.
Non c’è pathos forzato, non ci sono dialoghi troppo inutilmente profondi, o inutili spiegoni: ci sono bravi attori che hanno incarnato il proprio “io temporaneo” senza diventare barocchi o esagerati.

Uomini che interpretano altri uomini, semplicemente.

Rami magnifico (anche con quei denti troppo esagerati) e sensibile nel richiamare alla mente le piccole cose di Freddie: il tic delle labbra, l’inarcamento innaturale della schiena, lo sguardo fisso su una meta invisibile a tutti gli altri e gli epiteti che solo lui usava con così tanta frequenza.
In alcuni momenti quasi mi dimenticavo di chi avevo davanti.

La delicatezza con cui ha delineato i momenti intimi della vita di Freddie, le sue scelte sbagliate, il suo carattere indomito e la percezione tremendamente mutevole che aveva di se stesso l’hanno reso l’antieroe perfetto di questo film così imperfetto.
Un uomo interessante in ogni sua naturale sfaccettatura, tanto che ognuno di noi passerebbe ore ed ore a parlarne (o a parlarci, se in qualche mondo parallelo fosse ancora possibile).

Fantastici anche tutti gli altri attori che, nonostante la piattezza di alcuni dei loro personaggi (forse da rimproverare la scelta di dividere troppo nettamente i “buoni” dai “cattivi”), hanno dato vita a performance dettagliate e ricche di vitalità che, nel complesso, hanno contribuito alla grande capacità del film di attrarre ogni tipo di platea, creando nel cinema un’aria di meraviglia e stupore.

Poi, diciamocela tutta, ogni canzone che inizia è un colpo al cuore e sentire che anche chi avevo accanto canticchiava sottovoce è stato come vivere un film in 3D senza occhialini e senza mal di testa. Eravamo tutti partecipi, tutti presi dalla storia di questi quattro ragazzi che cantavano per gli ultimi in fondo alla sala. Seguire la nascita dei loro successi e le dinamiche dei loro fallimenti, scoprire quanto bene ci fosse dietro a quel gruppo, quanto sudore dietro a ogni pezzo e quanta speciale normalità dentro ad ognuno di loro ci ha fatto bene al cuore più di qualsiasi film di Natale in uscita nelle sale.
E per questo, mi sento di ringraziare chiunque abbia preso parte a questo film, permettendoci di vivere anche solo per due ore la magia dei Queen.

Ci sono cose che potevano essere fatte diversamente? Certo.

Ci sono inesattezze temporali e situazioni studiate a tavolino? Sì.

Alcuni personaggi sono esagerati o stereotipati? Lo ammetto.

Ma per quanti errori io possa trovarci, non posso negare di averl amato questo film dal primo all’ultimo minuto, per aver alimentato e saziato un’esigenza che da fan sentivo dentro da troppi anni.
Per avermi dato almeno l’illusione di esserci stata e di aver vissuto in prima persona la storia del gruppo che amo di più al mondo.

So che nei prossimi giorni mi verranno in mente un sacco di cose in più ma, per adesso, voglio chiuderla qui.

Spero che qualcuno abbia avuto la costanza di arrivare fino in fondo a questo lunghissimo post e spero anche un’altra cosa: che il Greatest Hits dei Queen sia fra i regali più venduti di questo Natale.
Forse da dicembre 2018 possiamo iniziare a salvare la musica.