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Midnights: La Regina delle Cospirazioni è tornata

Cari lettori,


In onore del titolo di questo blog, oggi sono qui per parlarvi della regina indiscussa delle cospirazioni. O meglio, delle autocospirazioni. La maga dei significati nascosti. Il genio della destabilizzazione. L’artista delle Easter Eggs. Colei che organizza sorprese per i fan che richiedono anni di pianificazione e preparazione, traendo godimento dallo stupirli ancora e ancora.

Come tutti avrete capito, sto parlando di Taylor Swift. Colei che proprio due notti fa ha annunciato al mondo l’uscita del suo ultimo album Midnights, prevista per il 21 ottobre, e che solo un’ora dopo si è presentata all’After party dei VMA (MTV Video Music Awards) vestita di una notte stellata.

Taylor Swift attends the Republic Records MTV VMA 2022 after party at the Fleur Room in Chelsea on Aug. 29, 2022 in New York CityGotham/GC Images

Ma non solo.

Subito dopo l’annuncio, molte copertine di Spotify dei suoi vecchi successi sono state sostituite dall’animazione di un orologio digitale – con le lancette che segnano varie ore della notte – e una serie di stralci di testi tutti a tema insonnia notturna.


Ma gli orologi sono particolari e i numeri che segnano le ore sembrano essere di colori diversi. Numerosissimi fan, che dalla Swift si aspettano sempre questi coup de théâtre, stanno già immaginando cosa tutto questo voglia dire. Dato che, nell’annuncio, lei stessa ha parlato di un disco composto da canzoni scritte in vari momenti della sua vita, in tanti pensano che ogni colore corrisponda ad un Era (leggere, album) e che le varie tracce possano fare riferimenti più o meno espliciti ad esse. Il che, tornerebbe anche con il numero di tracce annunciate – tredici – di cui dodici scritte negli anni precedenti e una, la tredicesima, scritta negli ultimi mesi.

I nove album in studio – che da ottobre, per la gioia di molti, saranno dieci – sono, infatti, collegati a vere e proprie Eras che gli stessi fan della Swift amano identificare con colori specifici. L’artista, che è famosa per la sua capacità di scoprire le teorie del Fandom e sfruttarle per dare loro un po’ di soddisfazione (rappresentativa la vicenda di All too well 10 minute version, che potrei raccontarvi in un altro post se volete), potrebbe aver inserito queste clues per rendere l’attesa più divertente ad appassionati e – suo malgrado – stampa.

Ma per capire meglio questa teoria, bisogna fare un passo indietro e addentrarsi nella storia discografica di questa grandissima artista americana, che a soli 32 anni conta più di ottocento premi vinti e ben undici Grammy Awards, di cui l’ultimo proprio nel 2022 con il suo ottavo album in studio Folklore.

Taylor Swift, classe 1989, ottiene un contratto con la Big Machine Records di Scott Borchetta (tenetelo in mente questo nome, diventerà uno dei nemici numero uno di ogni Swiftie vivente) nel 2005 e pubblica il suo primo album, Taylor Swift a soli 17 anni.

Questo sarà il primo di tre dischi ascrivibili al “country” che la cantante firmerà in soli cinque anni. Fearless, secondo album in studio, esce nel 2008 e regala alla cantante il successo statunitense, consacrandola come una delle penne più popolari del country anni 2000.


Ma le critiche non tardano ad arrivare.
In molti, infatti, si chiedevano se la Swift fosse davvero brava a scrivere come sembrava (leggere, sempre colpa del patriarcato). Quindi, in una mossa dettata dall’ego – ego che, in bene o male, caratterizzerà tutta la sua carriera – la Swift decide di scrivere il suo terzo album in studio completamente da sola. Così nasce Speak now, dal sapore fiabesco e gotico, a chiusura di un’era – quella country – che è servita per darle la spinta necessaria prima di addentrarsi su nuovi, fortunati, lidi.

Una delle canzoni di punta dell’album, Mean, è letteralmente la dedica spassionata ad un critico che non aveva usato parole dolci nei confronti dell’artista. Durante la performance live del pezzo, ai Grammy del 2012, non contenta della dedica standard, la Swift decide addirittura di cambiare il testo del ritornello, cantando “One day I’ll be singing this at the Grammys and all you’re ever gonna be is MEAN” dando vita alla prima (di tante) performance vendicative della sua carriera.

E’ in questo periodo che avviene uno dei momenti più iconici della storia della musica moderna. L’intervento di Kanye West sul palco dei VMA (che ritorneranno sempre nella sua carriera) che interrompe il discorso della Swift per affermare la sua contrarietà al premio appena assegnato (qui per il video). Una faida che continuerà a svilupparsi, fino allo scoppio dello scandalo precedente all’album Reputation.

Ma Taylor Swift non si ferma.

Red, pubblicato nel 2012, segna la prima grande svolta musicale della sua carriera. Un album da molti considerato ibrido, per la commistione tra suoni ed atmosfere country e un piglio decisamente pop, particolarmente presente nei singoli scelti. Un disco lunghissimo – composto da più di venti tracce – in cui si nota tutto il desiderio della Swift di uscire dal personaggio che era stato fino ad allora per ampliare il proprio pubblico e sperimentare con generi diversi.

Red è importante anche perché è in questo periodo che si cementa un’altra caratteristica peculiare della carriera della Swift: l’ossessione dei media per le sue storie d’amore. Un’ossessione che, negli anni, raggiungerà vette epiche – cari lettori, vi basterà Googlare “Taylor Swift boyfriends” per incappare su centinaia di articoli a proposito – e che la stessa artista ha vissuto in modo problematico per molto tempo.


“You’re going to have people who are going to say, ‘Oh, you know, like, she just writes songs about her ex-boyfriends’. And I think frankly that’s a very sexist angle to take. No one says that about Ed Sheeran. No one says that about Bruno Mars. They’re all writing songs about their exes, their current girlfriends, their love life, and no one raises the red flag there.”
2014, 2Day FM interview

Proprio per questo motivo, in questo post non ci concentreremo sui Rumors e sulle speculazioni intorno alle varie canzoni. Nel caso vogliate approfondire, sarò pronta a fare una live per discuterne insieme.

Nel 2014 esce 1989, primo album completamente pop della Swift. Passate sono le magliette a righe e i pantaloncini rossi di Red; scomparsi sono gli stivali alla cowboy e i capelli ricci di Speak Now; sparito è l’accento sudista del self-entitled.

1989 è glamour, è elegante, è splendente. 1989 è New York. 1989 è caschetto lungo, tute brillanti e basi sintetiche. E’ Taylor Swift che riempie gli stadi di tutto il mondo, raggiungendo lo status di icona pop che sognava da anni.

Purtroppo, è anche il periodo in cui l’attenzione dei media e – soprattutto – l’odio di internet si fanno più sentire. E’ il periodo dei problemi col cibo, del desiderio di scappare, della necessità di chiudere tutto e ripartire da zero.

E’ il periodo massimo della faida con Kanye West e Kim Kardashian, che con il video di una telefonata opportunamente modificata e l’emoticon di un serpente scaglieranno contro Taylor Swift l’odio di tutti i loro fan. Sono anni di distruzione e rinascita per Taylor, che in questo periodo oscuro riuscirà a trovare l’amore.

In questi mesi si sviluppa uno dei gialli della carriera dell’artista: si narra che esistesse il progetto di un album, o forse un album già pronto, che doveva uscire in quel momento. Taylor aveva cambiato colore di capelli e stile di vestiario e tanti erano i rumors su un album in uscita. Album che, secondo i fan, non ha mai avuto luce proprio per la faida con i Kardashian, che ha portato Taylor in un’altra direzione. Più cupa. Più arrabbiata. Chissà se, prima o poi, la verità sull’accaduto salterà fuori.

“There will be no further explanation, there will just be reputation”

Questo il post di lancio della nuova Era, con un album – Reputation, appunto -dalle sonorità quasi spaventose, completamente elettroniche, ma capace anche di testi profondi e dolci, che dimostrano quanto questo periodo fosse duale per l’artista. Un album – e un tour – caratterizzati proprio dalla figura del serpente che tanto la famiglia Kardashian aveva voluto associare alla Swift. La presa di coscienza della situazione che inizia con il riappropriarsi della propria narrativa, usando e sfruttando proprio i simboli negativi affibbiatile da altri e rendendoli punti di forza per una rinascita da tutti considerata incredibile.

Incredibile anche il passaggio da Reputation a Lover, settimo album in studio della cantante e il primo dopo aver lasciato la storica casa discografica (vi ricordate cosa avevamo detto all’inizio?) dando inizio ad una faida che si protrae ancora oggi.


Lover è l’immagine speculare di Reputation. Un album apparentemente felice, scritto in un momento molto positivo della vita della cantante ma che – con grande esercizio di retrospettiva e maturità – è in grado di regalare canzoni dove l’artista si mette a nudo, analizzando se stessa e i propri cambiamenti negli anni, riconoscendo i propri errori ma anche le proprie conquiste e intraprendendo un viaggio nella propria storia fino a capire che, in fondo, la felicità non era arrivata per caso.

E’ importante, adesso, un focus sulla situazione casa discografica, prima di addentrarci nell’era indie dei dischi gemelli e dei Rerecordings.
In breve, se c’è una persona nell’industria musicale che Taylor Swift odia da sempre, quella è Scooter Braun, manager di personaggi del calibro di Ariana Grande e Justin Bieber.

E a chi decide di vendere la casa discografica, compresi i diritti delle registrazioni di Taylor – insieme a quelle di molti altri – l’ormai in pensione presidente della Big Machine Records, Scott Borchetta?

Inaspettatamente, proprio a Scooter Braun.

Un vero smacco per la cantante, che per anni aveva cercato di comprare tutti i diritti sui suoi contenuti, per poterli possedere e sfruttare come avrebbe voluto, senza mai riuscirci.

E qui, il genio.
Sì, i diritti delle registrazioni da quel momento sono e saranno per sempre di Scooter Braun. Ma non quelli delle canzoni. Dato che nei contratti iniziali non c’era nessun riferimento alla perdita di ownership da parte dell’artista, partiture e testi delle canzoni sono sempre stati di Taylor.
Quindi, perché non (ri)registrare da capo ogni singolo album, con gli stessi arrangiamenti originali risuonati uno per uno e ricantati da una Taylor più matura e consapevole?

Così nasce l’idea dei Rerecordings. Idea che viene messa in pratica molto velocemente, dato che Fearless e Red (Taylor’s Version) sono già stati pubblicati e sono disponibili su tutte le piattaforme.

Vecchi successi ma anche molte canzoni scritte nei periodi di uscita degli album e inizialmente scartate sono state inserite in queste nuove versioni, che in pochi mesi hanno superato di gran lunga i numeri dei dischi originali. Easter Eggs, collaborazioni a sorpresa, piccole grandi soddisfazioni (basti pensare che Red TV è uscito il giorno del compleanno di Scooter Braun), rendono quella dei rerecordings una delle Eras più divertenti della carriera della Swift, tanto da spingere i fan a sviluppare congetture e teorie per indovinare in anticipo l’ordine di uscita degli album.

Da sottolineare, i cruciverba lanciati dalla stessa Swift per aiutare i fan ad indovinare la track list del suo Red TV e la sua determinazione nel regalare loro la famosa versione da dieci minuti che aveva promesso tanti anni fa.

Tante le domande che giornalmente ogni Swiftie si pone davanti allo specchio: perché quella serie TV ha come colonna sonora This Love, se 1989 TV non è ancora uscito?
Se Blake Lively ha indossato il viola al Met Gala, allora il prossimo rerecording sarà Speak Now? Se è vero che Taylor prepara le sorprese con tre anni di anticipo, possiamo trovare indizi nel filtro usato per modificare la foto postata nel 2019? Per scoprirlo, non resta che attendere.

Ma, proprio mentre l’era dei Rerecordings sembrava dover bloccare per qualche anno la pubblicazione di nuovi contenuti, ecco che la Swift tira fuori l’asso dalla manica e pubblica a neanche 12 mesi di distanza l’uno dall’altro i due dischi gemelli, Folklore (2020) e Evermore (2021).

Complice la pandemia, infatti, le idee della Swift sembravano non finire mai. Due dischi dalle atmosfere alternative, minimali, dove a farla da padrone sono i testi, spesso sibillini, ma capaci di un fortissimo impatto emotivo. Vengono ripresi gli schemi narrativi del country, adattati a storie più contemporanee, mentre i racconti si intrecciano l’uno con l’altro, fino a far nascere dei veri e propri personaggi che vivono attraverso gli album, quasi come in un romanzo. La penna della Swift che si unisce alle idee musicali di Jack Antonoff e Aaron Dessner, con alcune incursioni del misterioso e fantomatico William Bowery che, successivamente, si scoprirà essere lo pseudonimo di Joe Alwyn, fidanzato dell’artista.

Fondamentale, anche in questo caso, il guizzo creativo di Taylor, che ha avuto l’onore di usare nelle canzoni di questo album tutti i nomi dei figli della coppia formata da Blake Lively e Ryan Reynolds, arrivando anche ad annunciare ufficialmente tramite un suo brano il nome dell’ultima arrivata: Betty.

E’ con Folklore e il suo famosissimo triangolo amoroso tra Betty, James e Augustine, che nel gennaio 2022 – ancora in piena pandemia – Taylor Swift vince il Grammy come “Best album of the year”. Successo che non riuscirà a replicare l’anno successivo col suo disco gemello, Evermore e che per questo viene visto dai fan come “il fratellino da proteggere” anche dalla stessa artista, che sembra non apprezzarlo tanto quanto apprezza Folklore.

Taylor Swift con Jack Antonoff e Aaron Dessner alla cerimonia dei Grammy Awards 2022

Quello che risulta chiaro da questo breve excursus, è quanto gli album – e le conseguenti Ere dell’artista – siano molto diversi l’uno dall’altro.

A costo di fare un paragone che a molti sembrerà esagerato, ma non all’autrice di questo pezzo, il modo che la Swift ha di trasformare se stessa e la propria musica da un disco all’altro ricorda molto l’approccio di David Bowie, che addirittura creava personaggi differenti a seconda dell’album che stava registrando. Che siano riuscitissime operazioni di marketing o una naturale propensione al trasformismo, i fan della Swift stanno aspettando con trepidazione di capire quale Taylor si troveranno davanti all’uscita di Midnights, decimo album in studio.

Un album che – dopo tutto quello che abbiamo raccontato – potrebbe portare dentro di sé un mix di tutte le Taylor e tutte le Ere vissute dall’artista fino ad oggi.

Cari lettori, nell’attesa di mostrarvi le novità, le cospirazioni e le teorie che gli Swifties riusciranno ad elaborare nei prossimi due mesi – che immaginiamo saranno tante – vi lasciamo con una domanda che ci attanaglia da sempre e a cui speriamo voi possiate dare una risposta sincera:

Perché, secondo voi, in così tanti odiano Taylor Swift?

Bohemian Rhapsody (pensieri su carta di una fan)

Sono entrata nel cinema per vedere #BohemianRhapsody senza aspettarmi la perfezione. Proprio per questo ne sono uscita soddisfatta.

Un progetto nell’aria da anni, che ha visto rinunce di attori e registi per motivi reali o inventati e che alla fine ha trovato la sua realizzazione con un cast appassionato e appassionante.
Va chiarito subito che ci sono molte inesattezze, specialmente sulle tempistiche. Ci sono salti temporali notevoli, tagli ad effetto e scene create ad hoc per essere accattivanti.

Chi si avventura nella visione senza avere un minimo di conoscenza pregressa della storia e dei personaggi, sicuramente non troverà il film del tutto soddisfacente.
Questo è uno di quei film che generano domande, non uno di quelli che danno risposte.

Gli avvenimenti chiave della vita di Freddie sono trattati con lo scopo non di descrivere ma di lasciare un’impressione.

Da qui anche la scelta, vincente, di terminare la narrazione con il Live Aid. Perché soffermarsi su una parte di storia che lo stesso protagonista ha sempre voluto vivere in modo silenzioso e privato? Perché sfruttare anni di dolore e malattia per aumentare inutilmente il pathos del film? Sarebbe stato sbagliato. Sbagliato nei confronti di un uomo che ha messo la sua privacy avanti a tutto e che ha regalato al mondo l’enormità del suo talento senza accettare mai alcun compromesso o patetismo.
In questo, il film a rispettato la scelta di Freddie e mi sento di premiarlo.

Da fan di ‘nuova generazione’ di Freddie e dei Queen – una generazione che, per forza di tempistica, può vivere le loro “gesta” solo guardando al passato – ammetto di essere quello che si può definire lo spettatore ideale di un film del genere.

Sono la ragazzina rimasta subito affascinata da una figura esuberante e geniale; l’adolescente che ha potuto conoscere la persona solo attraverso la sua musica; la donna che oggi prova a vedere al di là del mito intangibile, trovando un uomo reale, vivo, fragile, confuso, consapevole e anche un po’ stronzo.

Mi sono buttata a capofitto su questa possibilità di immergermi in un viaggio che potesse rendere umano chi, ai miei occhi, era sempre stato qualcosa di più.

Un uomo di cui si sa pochissimo.
Timido, riservato in modo quasi ossessivo, che contava le amicizie sulla dita di una mano ma che, in fondo, non si sentiva al posto giusto neanche con loro. O comunque solo in parte.

Un artista di cui si sa tutto.
Perché la sua arte te la sbatteva in faccia con l’irriverenza di un bambino e la maestosità di un re. Le spalle dritte e ferme, l’espressione fugace e maliziosa di chi sa sempre qualcosa in più di te e l’energia infinita di chi ama visceralmente il proprio mestiere.

Il giovane immigrato imbarazzato dalle proprie origini che conosce la sua anima gemella e scopre il grandissimo dolore di non poterle mai dare quello che vorrebbe, pur continuando ad amarla fino alla fine dei propri giorni.
L’artista senza paure che incontra – per fato o per fortuna – tre compagni con i quali istaura un rapporto incasinato, pieno di idee, litigi e contraddizioni fondamentali per l’arte che sono riusciti a creare.

Quanti errori ha fatto Freddie solo lui lo sa. Quanti rospi ha ingoiato solo lui lo sa. Quante volte ha seguito l’istinto vincendo e quante perdendo, questo forse lo possiamo quasi immaginare anche noi.
Ma lo spettacolo che regalava al mondo con la sua musica e le sue performances, il senso di magnificenza e incredulità che genera ogni volta nel mio stomaco, quello lo conosco bene. Ed è spaventoso e esaltante ritrovarmi con le lacrime quando rivedo certi video. Scoprirmi a sorridere a trentadue denti perché sono fiera di lui come se fosse stato un mio amico. Fiera del suo essere artista come, lo riconosco, difficilmente lo sarò di qualcun altro.

E vedere che – anche grazie a questo film – un sacco di giovani lo stanno riscoprendo nel 2018, rimanendone affascinati come me, è una gioia difficile da spiegare. Ragazzi, ascoltate cosa può essere la musica. Osservate chi può essere un artista. Godete di questa scoperta e tenetevela stretta al cuore, mentre intorno a voi l’arte diventa ogni giorno più bigotta e materiale.

(Scusate la deviazione dal film ma quando parlo di Freddie impazzisco tre volte su tre).

Dicevo, la rappresentazione dei personaggi è squisita: ogni reazione è studiata nel dettaglio in modo che sia il più vicina possibile a quella avvenuta nella realtà. Le battute sono scritte per vestire perfettamente i caratteri ben delineati dei personaggi tanto che, pur inventate per forza di cose dagli sceneggiatori, non mi stupirei fossero state suggerite dagli stessi protagonisti.
Non c’è pathos forzato, non ci sono dialoghi troppo inutilmente profondi, o inutili spiegoni: ci sono bravi attori che hanno incarnato il proprio “io temporaneo” senza diventare barocchi o esagerati.

Uomini che interpretano altri uomini, semplicemente.

Rami magnifico (anche con quei denti troppo esagerati) e sensibile nel richiamare alla mente le piccole cose di Freddie: il tic delle labbra, l’inarcamento innaturale della schiena, lo sguardo fisso su una meta invisibile a tutti gli altri e gli epiteti che solo lui usava con così tanta frequenza.
In alcuni momenti quasi mi dimenticavo di chi avevo davanti.

La delicatezza con cui ha delineato i momenti intimi della vita di Freddie, le sue scelte sbagliate, il suo carattere indomito e la percezione tremendamente mutevole che aveva di se stesso l’hanno reso l’antieroe perfetto di questo film così imperfetto.
Un uomo interessante in ogni sua naturale sfaccettatura, tanto che ognuno di noi passerebbe ore ed ore a parlarne (o a parlarci, se in qualche mondo parallelo fosse ancora possibile).

Fantastici anche tutti gli altri attori che, nonostante la piattezza di alcuni dei loro personaggi (forse da rimproverare la scelta di dividere troppo nettamente i “buoni” dai “cattivi”), hanno dato vita a performance dettagliate e ricche di vitalità che, nel complesso, hanno contribuito alla grande capacità del film di attrarre ogni tipo di platea, creando nel cinema un’aria di meraviglia e stupore.

Poi, diciamocela tutta, ogni canzone che inizia è un colpo al cuore e sentire che anche chi avevo accanto canticchiava sottovoce è stato come vivere un film in 3D senza occhialini e senza mal di testa. Eravamo tutti partecipi, tutti presi dalla storia di questi quattro ragazzi che cantavano per gli ultimi in fondo alla sala. Seguire la nascita dei loro successi e le dinamiche dei loro fallimenti, scoprire quanto bene ci fosse dietro a quel gruppo, quanto sudore dietro a ogni pezzo e quanta speciale normalità dentro ad ognuno di loro ci ha fatto bene al cuore più di qualsiasi film di Natale in uscita nelle sale.
E per questo, mi sento di ringraziare chiunque abbia preso parte a questo film, permettendoci di vivere anche solo per due ore la magia dei Queen.

Ci sono cose che potevano essere fatte diversamente? Certo.

Ci sono inesattezze temporali e situazioni studiate a tavolino? Sì.

Alcuni personaggi sono esagerati o stereotipati? Lo ammetto.

Ma per quanti errori io possa trovarci, non posso negare di averl amato questo film dal primo all’ultimo minuto, per aver alimentato e saziato un’esigenza che da fan sentivo dentro da troppi anni.
Per avermi dato almeno l’illusione di esserci stata e di aver vissuto in prima persona la storia del gruppo che amo di più al mondo.

So che nei prossimi giorni mi verranno in mente un sacco di cose in più ma, per adesso, voglio chiuderla qui.

Spero che qualcuno abbia avuto la costanza di arrivare fino in fondo a questo lunghissimo post e spero anche un’altra cosa: che il Greatest Hits dei Queen sia fra i regali più venduti di questo Natale.
Forse da dicembre 2018 possiamo iniziare a salvare la musica.